Indoor side view of female hands with pen and notebook, writing notes while having cup of coffee, using modern laptop for remote work

COME NASCE TUSCIAMI

Questo progetto nasce prima di tutto da una consapevolezza: la necessità di rivalutare la ricchezza del territorio in cui vivo, la Tuscia.

Mi chiamo Silvia e non mi piace definirmi con una qualifica professionale che sintetizza le più disparate esperienze vissute in 12 anni di lavoro. Ecco perché vi racconterò brevemente chi sono e cosa faccio, partendo dalla fine: da quando mi sono rinnamorata della Tuscia.

Nel 2019, al mio ritorno da New York, dopo un anno e mezzo come Travel Organizer in cui ho avuto a che fare con le richieste dei più esigenti travel agent statunitensi, mi sono ritrovata a dovermi riadattare alla vita di provincia, da cui mi ero allontanata già da tempo e che – diciamolo – mi stava ormai un po’ stretta. Sì, perché, per raccontarvela dall’inizio, i miei 20 anni li ho festeggiati tuffandomi da un trampolino di 6 metri mentre cercavo di superare il corso di sopravvivenza che mi avrebbe certificato l’idoneità a lavorare sulle navi da crociera. E così, dopo due mesi mi sono imbarcata sulla mia prima nave dal porto di Savona, nel giorno del compleanno di mia madre che, se chiudo gli occhi, rivedo sulla banchina a piangere per la tristezza di vedere la sua piccola di casa partire per gli oceani più sconfinati.

Partivo per un’esperienza (a quel tempo frequentavo l’università di lingue e mi ero convinta quell’imbarco mi sarebbe servito a migliorarne la pratica!) ma, di fatto, avevo trovato un lavoro che mi avrebbe trasformata in soli 5 anni dall’essere una bambina ad essere una donna – e con gli attributi! – . Sulle navi ho lavorato come receptionist, ma poi sono cresciuta e mi hanno scelta per fare il Commissario di immigrazione e dogana: ero responsabile dei documenti dei passeggeri e delle scartoffie varie da presentare alle autorità in ogni porto. Beh sì, mi sentivo e, in un certo senso, ERO una figura importante per il ruolo che avevo. Roba che, se non mi alzavo la mattina, la nave non aveva la libera pratica e niente e nessuno avrebbe potuto mettere il naso fuori dalla gangway (in gergo: la passerella che si mette per l’entrata e l’uscita dalla nave). Insomma, una gran bella responsabilità!

Mentre continuava la mia carriera a bordo, nel febbraio del 2012 un avvenimento piuttosto grave mi ha messo alla prova: un incendio in sala macchine nel bel mezzo dell’Oceano Indiano, in terra (o meglio, mare!) di pirati. I pirati quelli veri, quelli con le armi, sulle barchette di legno, che tentano di assaltare le navi civili per arricchirsi. L’incendio per fortuna è stato gestito con professionalità dall’equipaggio e dal Comandante a bordo e tutto è andato per il meglio. Ma neanche allora, nonostante fossimo rimasti senza corrente elettrica, senza cibo fresco – oltre a pane in cassetta e salame di cui ci rifornivano gli elicotteri – senza servizi igienici né docce ed in balia delle onde per 3 lunghi giorni… Neanche in quel momento ho mai pensato per un solo istante di voler abbandonare quel mondo di cui ormai mi sentivo parte. E così, sono rimasta a bordo anche con la nave in panne finché non siamo tornati nel Mediterraneo, dopo un altro mese e mezzo di stato di emergenza.

Tutto ha continuato a scorrere per il meglio fino all’anno successivo quando sono dovuta rimanere a terra un po’ più del solito fra un imbarco e l’altro a causa di una piccola operazione che ho dovuto subire. Ed è lì che mi sono resa conto che, forse, era il momento di far prendere una piega diversa a quella vita vissuta un po’ qui ed un po’ lì, fatta di mesi passati a bordo come se vivessi nel paese dei Balocchi, dove la realtà del mondo sentivo che non mi toccava minimamente.  E così su quelle navi non ci sono più salita ed ho continuato i miei studi all’università per un altro annetto, finché non mi è capitata una nuova opportunità lavorativa e mi sono buttata in un’altra avventura.

Questo nuovo capitolo iniziava a Roma, nel tour operator dove sono rimasta per 7 anni. E’ durante quel periodo che ho ottenuto l’incarico di Travel Organizer presso il partner statunitense dell’azienda ed è lì che ho sono entrata a stretto contatto con la mentalità nordamericana, aiutata da due meravigliose coinquiline con cui condividevo un appartamento panoramico al 15° piano al 341 della 10th street a Brooklyn. Ah! Che tempi quelli… New York, la metropoli delle metropoli, l’ombelico del mondo, il cuore pulsante dell’economia mondiale, un melting pot di culture, etnie e le religioni, il palcoscenico di Sex and the City! Insomma, New York! 

Ora provate ad immaginare, alla stregua di Cenerentola a mezzanotte, quando l’incantesimo ha finito il suo effetto, come mi sono sentita al mio rientro in Italia, nel paese dove sono cresciuta. Difficile riabituarsi alla vita – lasciatemelo dire – ed alla mentalità di provincia. Difficile ridimensionare i propri sogni alla realtà dove anche per trovare una palestra bisogna percorrere almeno 10 km in auto.

Tuttavia, siccome ho imparato che fare di necessità virtù aiuta a sopravvivere, ho iniziato a guardarmi bene intorno ed a rivalutare ogni singolo aspetto dei luoghi in cui ero tornata a vivere. Pochi mesi dopo, complice la pandemia che – ahimè – mi teneva a casa già da un po’, ho iniziato a riavvicinarmi al mio paesello ed alla vita di provincia sotto un’altra ottica. Così, passeggiando tra le viuzze dei borghi della Tuscia ho iniziato a notare i piccoli dettagli, ad amare il profumo del sugo appena fatto che inebria le strade la domenica mattina, ad apprezzare i boschi e le aree naturalistiche, le dimore storiche e le necropoli etrusche… Il cibo no, quello lo amavo già alla follia (prima fra tutte la famosa cioccolata spalmabile made in Tuscia)! Avendo molto tempo libero a disposizione, per via del mio lavoro che a causa del Covid era ancora in stallo, cercavo di sfruttare ogni occasione per poter visitare la Tuscia ed imparare qualcosa in più sulla sua storia, le tradizioni, i tesori nascosti e le unicità di cui poteva vantarsi. Ma allo stesso tempo, non senza amarezza, in quel periodo mi sono resa sempre più conto che la Tuscia possiede in realtà un patrimonio immenso di cui noi abitanti per primi forse non ci rendiamo conto. Sì, avete letto bene: amarezza. Da una parte l’entusiasmo di sapere che abbiamo sotto i piedi un potenziale enorme ma, dall’altra, l’impossibilità di poter far altro che aspettare che qualcuno se ne accorga. Stanca di questa attesa, ho deciso di gridare al mondo che la Tuscia non ha nulla da invidiare ad altre meravigliose “regioni turistiche” italiane come il Chianti o la Val Nerina – per dirne due – ed ho pensato di farlo proprio partendo da questo progetto. “Tusciami”: ho scelto questo nome perché mi suona un po’ come l’inglese “touch me” (toccami), perché il principio su cui mi sono basata è proprio quello di portare le persone a toccare con mano, per poterci credere. Io per prima ci ho creduto solo dopo aver visto e rivisto con i miei occhi, pur trovandomi già qui da molto tempo. Tusciami è un progetto in crescita: non solo promozione turistica, ma molto di più. Leggete il prossimo articolo del blog per sapere di più sul mio progetto… Non siete curiosi?

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